Varia n°1 / Storia pubblica

Lucia Miodini e Aurora Savelli (a cura di), Altri sguardi, altri spazi. Percorsi di Gender Public History, Milano, Mimesis,

Stefania VOLI

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La pubblicazione di Altri sguardi, altri spazi. Percorsi di Gender Public History, curata da Lucia Miodini e Aurora Savelli, per la collana Passato prossimo di Mimesis, colma una lacuna nel panorama storiografico italiano consegnando alla public history una riflessione pionieristica e corale sul nesso fra pratiche pubbliche della storia e studi di genere. Fin dalla prefazione si percepisce l’originalità di un testo destinato a divenire “cardine”, per la sua capacità di delineare i contorni netti di un vero e proprio ambito di ricerca, la Gender Public History. Non una definizione aggiuntiva o un ambito tematico dunque, ma un vero e proprio cambio di paradigma teorico-metodologico dove il genere diventa dispositivo critico verso i processi di ideazione, produzione e condivisione della memoria pubblica, in quegli spazi (archivi, musei, media, spazi urbani, il web) di cultura, saperi, rappresentazioni, linguaggi tradizionalmente maschili. La capacità di disinnescare dunque la pretesa neutralità dei luoghi della memoria e dei loro linguaggi ha camminato in sincronia con l’obiettivo di “riflettere sugli strumenti più adatti a riaffermare il rispetto delle differenze attraverso azioni concrete, in grado di originare cambiamenti culturali, il superamento di stereotipi e delle master narratives della società contemporanea” (p. IX).

La prefazione individua nella storia delle pratiche femminili di memoria, dagli Stati Uniti all’Italia, l’antefatto di un campo ancora in costruzione. Le curatrici mostrano come la public history nasca in un contesto che, fin dalle origini, ha visto le donne operare nei musei, negli archivi, nei siti storici, ma senza riconoscimento disciplinare. Riprendendo la lezione di Edith Mayo, la quale rintraccia a metà del XIX secolo il contributo femminile alla Public History, soprattutto nei musei e nei siti storici, Miodini e Savelli denunciano il ritardo con cui la storia pubblica in Italia ha accolto i contributi dei women’s studies. Per quanto riguarda il contesto italiano, lo scarto è da individuare sicuramente nel convegno tenutosi a Firenze nel 2017 dal titolo: Tra Gender e Public History: rappresentazioni e percorsi, durante il quale per la prima volta Gender e Public History si intersecano principalmente attorno ai temi della didattica e dei percorsi museali. “Una prima occasione – scrivono le autrici – per riflettere sulle metodologie, sulle pratiche e gli strumenti più adatti a innestare gli esiti della ricerca sulla storia delle donne nel tessuto sociale” (p. VIII). Dopo quel primo fondativo momento, di snodo nella tappa di costruzione del presente testo è stata anche la formazione, nel contesto dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH), di uno specifico gruppo di lavoro, impegnato a inserire una prospettiva di genere nelle pratiche, visioni e progetti della Public History.

La struttura del testo è progressiva: dopo la cornice introduttiva, la prima sezione sui “Nuovi racconti” mette a fuoco il concetto di potere e attivismo archivistico, lavorando su fonti e metodologie, sulla politica della visibilità nello spazio pubblico, e offrendo un’apertura europea e uno sguardo sul digitale (WikiDonne). La seconda sezione, esamina sette casi studio nelle “città delle donne”, che esemplificano come la Gender Public History agisca nel e sul territorio: attraverso percorsi urbani, mostre diffuse, mappe interattive, docufiction, tour nei cimiteri monumentali e progetti di musealizzazione partecipata.

“Nuovi racconti” si apre con un saggio di Lucia Miodini, la quale interpreta gli archivi femminili come luoghi di negoziazione politica, dove l’atto di conservare si trasforma in gesto di resistenza. La riflessione dialoga con la teoria archivistica femminista (Caswell, Cifor, Elsadda e altre), smascherando il mito dell’archivio neutrale, affermando una metodologia basata su empatia, partecipazione e intersezionalità, e mostrando come archivi e descrizioni siano atti performativi che definiscono cosa debba essere “da ricordare” e cosa no.

L’epistemologia che emerge è necessariamente situata e tiene insieme politica, affettività e attivismo: l’archivio non come deposito neutro ma come spazio di co-produzione, dove l’empatia radicale e la negoziazione diventano parte fondativa del metodo. L’autrice ricuce il dibattito internazionale (Eichhron, Cook, Schwartz, Caswell, Cifor, Wood e altre) con pratiche italiane, proponendo un approccio che sposta l’attenzione dai risultati, al processo condiviso di produzione della conoscenza (p. 16). In conclusione, il caso studio dell’archivio fotografico personale Letizia Artoni, femminista e tra le fondatrici della Biblioteca delle Donne a Parma, è un esempio chiaro dell’intreccio tra riflessione femminista sulla memoria visuale, sulla pratica politica e l’autorappresentazione, e la presenza delle donne nello spazio pubblico (anche archivistico).

A questa importante riflessione politico-metodologica si affiancano saggi che allargano ulteriormente il campo delle fonti e dei linguaggi, evidenziando la connessione tra visibilità e potere: Raffaella Biscioni prosegue in dialogo con Miodini, allargando l’idea della fotografia come strumento di costruzione della memoria, potenziata nel suo ruolo dalle piattaforme digitali (Flickr, Europeana e Google Arts & Culture), viste in tale processo come “attori attivi”. Biscioni dimostra come la digitalizzazione offra nuove opportunità per costruire e condividere una memoria storica delle donne, inserendosi nell’ormai denso dibattito femminista internazionale che riflette sul rischio insito nelle logiche algoritmiche di riprodurre dinamiche di esclusione (ma anche delle possibilità di sovvertirle).

Chiara De Vecchis analizza il rapporto tra donne e biblioteche, sfatando lo stereotipo della biblioteca come spazio “naturalmente” femminile e mostrando invece come le biblioteche specializzate e gli “scaffali di genere” siano frutto di un preciso attivismo culturale e politico. Il saggio sottolinea il potenziale delle biblioteche come agenti di inclusione e di contrasto agli stereotipi (in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030), “spazi della memoria pubblica” e luoghi che possono attivare pratiche inclusive e partecipative, anche attraverso gesti simbolici (come le intitolazioni a donne laiche) e servizi rivolti a bisogni sociali: un modo concreto per legare storia, cittadinanza culturale e benessere urbano.

Con Barbara Belotti, si passa alla toponomastica femminile vista come campo di battaglia simbolico: l’autrice dimostra come l’odonomastica sia un dispositivo di narrazione storica “in strada” e, proprio per questo, un luogo sensibile di disuguaglianza. L’assenza strutturale dei nomi femminili nelle intitolazioni urbane è qui discussa non attraverso la richiesta di azioni meramente correttive, ma come indice dello squilibrio simbolico di potere e quindi come possibilità di agire attivamente gender mainstreaming negli spazi pubblici: attraverso i censimenti dell’Associazione Toponomastica femminile, mostra l’abisso numerico tra intitolazioni maschili e femminili (intorno al 5% per queste ultime), ma soprattutto decostruisce le “micro-violenze” linguistiche e simboliche delle targhe stradali (declinazioni al maschile di professioni femminili, uso del solo cognome, rappresentazioni stereotipate). Il suo contributo è un manifesto per una toponomastica consapevole, che celebri modelli femminili positivi e propositivi, andando oltre la “toponomastica del lutto e del martirologio” (p. 81). Inoltre, Belotti va oltre anche la diagnosi, proponendo buone pratiche: ripensare regolamenti e composizione delle commissioni, prevedere competenze specifiche e introdurre criteri espliciti di riequilibrio nelle intitolazioni.

Le sezioni centrali del volume si concentrano sulla rappresentazione femminile nello spazio pubblico e nei luoghi della memoria attraverso l’arte. L’analisi dell’esperienza artistica di Maria Lai, di Cecilia Dau Novelli, indaga la “cucitura” – tratto di riconoscimento dell’artista sarda – come metafora della relazione comunitaria e della risemantizzazione dello spazio. Novelli riflette sul muralismo sardo, in cui le donne furono protagoniste sia come soggetti rivoluzionari attivi sia come soggetti rappresentati: forma di protesta e autorappresentazione collettiva, che l’autrice efficacemente mette in dialogo con altre forme di arte di strada, da una prospettiva glocal (p. 100).

Ludovica Piazzi e Maria Antonella Fusco discutono della statuaria pubblica, spostando l’attenzione dalla “mancanza” quantitativa di figure femminili alla qualità delle rappresentazioni, delle iconografie e posture che continuano a naturalizzare ruoli subalterni, sostenendo non un processo di riparazione “quantitativa”, ma un riequilibrio critico capace di interrogare la possibilità di nuovi modelli commemorativi, processi decisionali e comunità committenti. Tuttavia Piazzi utilizza anche il dato numerico, per sottolineare l’importanza di modificare le tradizionali rappresentazioni e gerarchie simboliche: proponendo alcuni dati sulle inaugurazioni nello spazio pubblico (187 opere tra 1° maggio 2022 e 30 aprile 2023, con forte prevalenza di iniziative private e concorsi rarissimi) invita a osservare come, nei censimenti richiamati, siano assenti statue pubbliche dedicate a persone trans o non binarie: un vuoto che segnala quanto la “visibilità” sia ancora un terreno selettivo.

Da una prospettiva europea invece, Fusco guarda alle soluzioni contemporanee (anche non monumentali) per risignificare lo spazio: un invito a pensare la città come dispositivo visivo e politico modificabile con più strumenti, non solo con la statuaria tradizionale.

In chiusura della prima sezione, il passaggio sul digitale è uno snodo cruciale: attraverso il progetto Wikidonne, Boban e Colicigno spostano il focus sugli ambienti online a partire dalla consapevolezza della non neutralità della rete, intesa come spazio pubblico a tutti gli effetti, e mostrano come il gender gap su Wikipedia – legato alla scarsità di donne editor – produca effetti su quantità, qualità e rappresentazione dei contenuti, dunque sulla qualità e sulla parzialità stessa del sapere pubblico. Per questo la risposta non può essere solo numerica o tecnica, ma deve includere pratiche concrete (liste di voci mancanti con strumenti su Wikidata, edit-a-thon, collaborazioni con scuole e istituzioni, percorsi PCTO) capaci di potenziare i processi di scrittura collaborativa, promuovere le questioni di genere e allenare competenze trasversali (ricerca e valutazione delle fonti, scrittura imparziale, editing), ricordando in controluce che oggi la “memoria pubblica” transita anche dagli spazi che alimentano motori di ricerca, assistenti vocali e, più in generale, la circolazione quotidiana delle conoscenze.

La seconda e ultima sezione, “Le città delle donne”, verifica l’assunto di fondo della Gender Public History: la città non è un contenitore neutro ma un dispositivo di potere che seleziona chi può essere ricordata, in quali forme e con quali gerarchie simboliche. Nei casi di studio che attraversano Siena, Milano, Napoli, Perugia, Narni, Parma e l’area Lecce/Salento, la teoria diventa pratica attraverso formati diversi ma convergenti – mostre temporanee e diffuse, percorsi urbani, tour nei cimiteri monumentali, mappe interattive, docufiction, podcast e progetti di musealizzazione partecipata – che non “aggiungono” semplicemente nomi femminili a un canone già dato, bensì ne smontano l’univocità, mostrando come l’assenza delle donne dalla scena pubblica non sia dimenticanza o un dato “naturale”, ma prodotto storico (di archivi incompleti, scelte istituzionali, sguardi androcentrici) della strutturazione della società su un modello maschile.

A Siena (Savelli), una mostra temporanea (intitolata: Delle donne della Torre. Storia e ritratto di un gruppo) presso il museo della Contrada della Torre diventa occasione di ricerca (durata due anni), produzione multimediale e deposito archivistico, mostrando come interventi anche brevi possano generare eredità documentarie e comunitarie, e mettere in discussione assunti e vuoti della memoria pubblica locale (in questo caso, la continuità dell’apporto femminile alla storia della vita contradaiola). I tour al Cimitero Monumentale di Milano (Palumbo) leggono la necropoli come “altra città” e, con mappe, QR-code e app e strumenti digitali (pensati come dispositivi di accessibilità e coinvolgimento ampio), liberano biografie femminili da ruoli stereotipati, ridando visibilità a biografie obliterate dalla memoria pubblica, anche in luoghi del ricordo come i cimiteri. A Napoli, un progetto di video podcast (Napoli: la città, le donne) in tre stagioni liberamente accessibili online hanno l’obiettivo di rinnovare e ampliare la memoria diffusa, mettendo in dialogo la storia della città e delle donne con percorsi visivi di racconto affidati a esperti e volti noti della cultura napoletana, senza semplificare la complessità storica, ma intrecciando felicemente divulgazione e ricerca.

Donne al centro. Ieri e oggi, sono invece mostre diffuse e virtuali di Perugia (Guiducci) con tappe urbane e accesso digitale alle schede, che costruiscono una rete di protagoniste e riattivano luoghi cittadini trasformando lo spazio urbano in ambiente espositivo e didattico. Il laboratorio storico partecipato di Narni (Arconte), nato nel 2013, produce guida, ricerca collettiva, teatro e docufiction: un esempio di collaborazione tra rigore delle fonti e invenzione drammaturgica, orientata a pubblici ampi, con uno sguardo privilegiato alle scuole. A Parma (La Fata), gli itinerari nascono nel 2017 da assenze materiali (neanche un monumento dedicato ad una donna, con l’eccezione della Vergine Maria e la Nike del monumento alla Vittoria della Grande guerra, e toponomastica quasi esclusivamente maschile) e assumono esplicitamente la posta in gioco politica di riportare “voci e vissuti” in luoghi significativi per la storia delle donne della città, proponendo modelli non subalterni in un presente segnato da violenza di genere. Infine, la mappa interattiva e il progetto di Museo diffuso della memoria femminile del Salento (con un alto numero di comuni, associazioni, scuole e commissioni coinvolte) indicano come tecnologia digitale, partecipazione e sostenibilità possano integrarsi in una strategia culturale territoriale.

Nel loro insieme, questi progetti incarnano la tensione feconda tra ricerca e cittadinanza attiva tipica della public history, dove la declinazione di genere opera uno scarto radicale, e non una mera aggiunta: la città diventa un palinsesto da leggere criticamente e riscrivere collettivamente, spazio in cui rendere visibile l’asimmetria che ha organizzato la memoria urbana (e dunque collettiva) e per ridisegnare, attraverso pratiche condivise, le geografie della presenza pubblica delle donne.

In conclusione, Altri sguardi, altri spazi è la realizzazione di un progetto che porta alla luce gli esiti di una riorganizzazione reale del campo storico e dei suoi dispositivi di legittimazione. Offre lenti epistemologiche capaci di ridefinire, da una prospettiva storica e di genere, ciò che conta come fonte, rendendo visibili i rapporti di potere che strutturano memoria (e oblio). In questa chiave, il volume offre categorie e strumenti per progettare interventi responsabili negli spazi – fisici e digitali – della memoria collettiva, assumendo come punto fermo che ogni spazio pubblico è “gendered”: non solo perché rappresenta (o esclude) corpi e biografie, ma perché stabilisce gerarchie simboliche, modelli di cittadinanza e grammatiche di agibilità. Il libro da un lato presenta un impianto teorico-metodologico che spinge la public history verso una postura critica e intersezionale, sensibile ai processi (descrizione archivistica, scelte curatoriali, linguaggi, piattaforme) più che ai soli esiti. Dall’altro offre un insieme di casi di studio che evidenziano gli avanzamenti operati nel contesto italiano (anche prima che questi siano riconosciuti come tali dallo stesso ambito scientifico della Public History), e mostra come archivi, musei, biblioteche, scuole, associazioni e amministrazioni siano luoghi in cui poter tradurre la teoria in pratiche situate. L’“utilità” del volume non è dunque meramente operativa: propone metodi trasferibili (ascolto, negoziazione con i pubblici, cura descrittiva, trasparenza delle scelte, intervento sul linguaggio) e strategie differenti (dal micro della scheda, della didascalia e della voce wiki al macro delle policy toponomastiche e delle strategie museali, passando per dispositivi narrativi intermedi come mappe, tour e podcast).

Infine, proprio perché opera collettiva, il libro si fa anche agenda di lavoro intersettoriale, facendo luce sull’opportunità di investire in percorsi formativi ibridi capaci di far lavorare insieme storiche/i, archiviste/i, educatrici/educatori museali e professioniste/i dell’informazione. Ne risulta un’opera che non è soltanto sulla Gender Public History, ma di Gender Public History: dimostra, con rigore e concretezza, che adottare lo sguardo di genere significa rinnovare dall’interno ricerca, didattica e comunicazione storica, e chiamare le istituzioni culturali e le amministrazioni pubbliche a una responsabilità esplicita nella costruzione di spazi di memoria non escludenti, non obliteranti e più democratici.

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Alejandra Fabiana RODRIGUEZ

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